Indietro nel passato, sulle orme dei grandi lottatori evangelici italiani per Cristo...

CAMILLO MAPEI

Biografia sintetizzata a cura del dott. Donato Trovarelli

(dal libro di Giovanni Luzzi "Camillo Mapei, esule, confessore, innografo" Firenze, Tipografia Claudiana, Via della Maffia, 33, 1895)


 

"Camillo Mapei è il primo che ci abbia somministrato degl'inni cristiani; e gl'inni suoi saranno cantati finché ci saranno delle Chiese Evangeliche in Italia" (Salvatore Ferretti)


Nel nuovo innario delle ADI, "INNI DI LODE" quinta edizione 1994 sono ancora presenti ben cinque inni del grande evangelico del risveglio Camillo Mapei, nato l'1.6.1809 a Nocciano, oggi in provincia di Pescara (costituita su iniziativa di Gabriele d'Annunzio nel 1927 per l'unificazione di Pescara Porta Nuova e Castellammare Adriatico), ma che all'epoca era in provincia di Teramo, mandamento borbonico di Catignano e Distretto di Penne e morto a Dublino il 18 maggio 1853. Gli inni sono il 47, 125, 337, 339 e il 390, ma la sua produzione poetica e innografica conta migliaia di inni, testi musicali, spartiti e poesie.

Fu lui che convertì all'Evangelo Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Gabriele Rossetti ed altri del Risorgimento Italiano, che contribuirono attivamente all'unità d'Italia e alla creazione della Chiesa Libera Evangelica Italiana. La "nuova nascita" dei primi due segnò in loro il desiderio di cambiare l'Italia e... di dedicarla a Cristo, Vero Dio e Salvatore, strappandola al braccio destro del demonio: il vaticano! Entrambi si impegnarono politicamente per questo rinnovamento, commettendo però l'errore di mischiare politica e fede... Essi furono convertiti dal Mapei nel loro esilio londinese. A Londra si tenevano riunioni di culto ogni domenica in Sidmouth Str., Gray's-inn-road, num 7 alle 5 e 1/2 p.m.

Fra le tante cose fatte dal Mapei, c'è la conversione di centinaia di persone irlandesi, a Dublino e a Belfast, contribuendo alla conversione dell'intera regione! Oggi la sua eredità è radicata a tal punto da costituire un fronte aperto di scontro contro l'integralismo cattolico più becero!

Attualmente la scuola elementare di Nocciano è intitolata a lui, ma nessuno ricorda più chi era e perché era famoso... Meno male! Se lo sapessero... la intitolerebbero ad un altro! A chi ho domandato chi fosse Camillo Mapei, mi è stato risposto: "Non lo so, forse un uomo del risorgimento... "

Alcuni cenni della sua vita li apprendiamo dal racconto che Giovanni Luzzi fece di lui, sulla base dei suoi diari e lettere e altri tantissimi documenti che sono citati nel libro su menzionato.

A ventuno anni nel 1830 ricevette il primo degli ordini maggiori, vale a dire il subdiaconato; a ventidue, nel 1831, il diaconato; a ventitré, nel 1832 fu sacerdote e cantò solennemente in Roma la sua prima messa alla presenza di parecchi prelati, monsignori, canonici ed altre dignità del clero. Poco dopo, dall'Università ecclesiastica in Sant'Apollinare fu laureato dottore in teologia. L'accademia Tiberina lo ascrive fra i suoi membri. Fu degli arcadi, col nome di Narizio Ismeneo; e fu dei Velati, col nome di Euribante Cercopio. Due volte predicò in latino dinanzi a papa Gregorio: e due volte fu inviato dal papa a improvvisare a corte....

Il suo confessore era l'abate Pallotti, il quale con l’intuizione profonda e sicura delle anime pure, capì il bel cuore del giovinetto, e pensando alla «bufera infernale» che s’agitava nella grande metropoli ed ai pericoli che aspettavano 1’ ingenuo Camillo, diede in un pianto dirotto e gettan­dogli le braccia al collo esclamò con voce rotta dai singulti: «E chi mai, o sconsigliato, chi mai t’ha spinto ad abbandonare la dolce quiete delle tue mon­tagne per venire a Roma? E non sai che Roma è la Babilonia de’ popoli? Fuggi, figlio mio, fuggi da Babilonia torna fra i tuoi.... ma no! E' Dio, forse, che, nei suoi fini provvidenziali, vuole che tu resti per alcun tempo qui. Rimani dunque, se così piace al Signore; ed Egli Stesso ti sia sostegno e luce. Mal visto dal Vaticano, ben poco io posso fare per te. Ti dirò come San Pietro: «Io non ho né argento, né oro; ma quello che ho, te lo dono... Ecco, prendi questo! » e così dicendo gli porse un volume latino, che aveva tolto da uno scaffale: «Questa è la Bibbia; il volume della divina sapienza; qui e non altrove sta il segreto della vera felicità ».

E, dopo aver implorato su lui le celesti benedizioni: - Vattene in pace, soggiunse; la mia amicizia, tu l'hai; e se tu il desideri, io ti sarò padre spirituale. Quando il tuo cuore avrà bisogno di lacrime, vieni pure da me; noi piangeremo assieme nel cospetto di Dio; e nei momenti di conforto e di gioia, festeggeremo dinanzi a Lui. A Lui rivolgeremo le nostre preghiere; ed a Lui ne andremo nell’ignoranza, nel dubbio, nel bisogno, nelle tribolazioni, in tutte le circostanze di questa povera vita ».

E 1’abate Pallotti fu davvero un padre spirituale per Camillo; il quale, confortato dal venerando uomo, si diè con zelo allo studio della teologia e delle lettere. Alle lettere, aveva una non comune attitudine­, alla poesia specialmente; ch'egli improvvisava con vena limpida e feconda. Quanto alla teologia, l'abate Pallotti, dandogli la Bibbia, gli aveva indicata la vera via da seguire.

Fra le varie idee che avevano preoccupato Ca­millo nei suoi studi teologici, principalissima era questa: «la giustificazione per fede »; la stessa idea, che aveva dato un nuovo indirizzo al pensiero reli­gioso di Martino Lutero. Il Mapei esordì il suo mi­nisterio mettendo a base della sua predicazione la grande idea dell’apostolo dei gentili.

Questo avrebbe già bastato a fare arricciare il naso ai più schizzinosi fra i parrucconi che lo circondavano. Ma, oltre cotesto fatto, c’era anche 1’affare del miracolo (un falso miracolo attribuito a Santa Filomena e dal Mapei scoperto clamorosamente come falso!) che aveva messa in quarantena la pietà del Mapei; e poi, c’era quella larghezza di vedute, quel fremito di nuove speranze politiche che il Ma­pei non nascondeva, perché, per natura, egli non poteva nascondere cosa alcuna.

Giansenista in religione..., liberale in politica..., nemico aperto della superstizione, che avrebbe voluto uccidere col ridicolo.... ce n’era abbastanza, non è vero?... per essere impiccati!

Intanto, le sue prediche piacevano; e piacevano, perché il popolo sentiva che non erano 1’eco di un fiacco e convenzionale insegnamento ecclesiastico, ma la eco di un sano e fecondo insegnamento apostolico.

Camillo, predicando, citava; citava largamente a provare le sue asserzioni; citava i Padri, citava le grandi autorità del passato ma soprattutto citava la Bibbia e, orribile a dirsi, la citava in italiano!

Ah, questo poi era troppo; ed il vescovo, chiama­tolo «ad audiendum verbum», lo minacciò della scomunica se non avesse smesso di citare a quel modo.

Camillo ubbidì; ma ecco in qual modo: cominciò a citare i testi in latino, ma dando di ogni testo, scrupolosamente, la traduzione italiana.

Ammirazione destavano in special modo i suoi panegirici dei santi.

Narrata la vita del santo di cui doveva fare il pa­negirico, egli ne metteva in rilievo la pietà, la fermezza del carattere, l'eroismo; e coteste virtù proponeva come tanti esempi all’uditorio.

I santi, per Camillo, non erano idoli da adorare; erano grandi da imitare, per parlare di Cristo, arrivare a Cristo ed imitare Cristo.

Se c’erano dei parrucconi (nobili e benpensanti), che, come ho detto, 1’a­vevano un po’ sulle corna, c’era però anche nel clero della gente dì buon senso che 1’amava. L’elemento giansenista, evidentemente, era tutto per lui; i libe­rali gli volevano un ben dell’anima; il popolo, eccet­tuati quelli che pensavano col cervello degli altri, godeva alle prediche di Camillo e stimava grandemente il predicatore. Aggiungasi a tutto questo, che l’in­fluenza della famiglia Mapei non era poca per mo­ralità e per agiatezza, e si capirà come il nostro Ca­millo, già canonico e professore di teologia, potesse giungere, benché giovane, e troppo giovane per un tanto onore, ad avere il proprio nome citato fra i candidati ad un vescovado della provincia.

Erano i bei tempi delle brillanti dissertazioni teo­logiche e del fervido poetare di Camillo.

Ma, ahimè! la crisi non tardò a venire, e venne come uno scroscio di sùbita tempesta.

Un giorno, un suo scolaro stava in chiesa dicendo messa; quand’ecco, si volta verso il pubblico e levando in aria 1’ostia consacrata, si mette a gridare: « Insensati! Questo non è il corpo di Gesù Cri­sto; è un simbolo; non è una realtà! No, non è mate­rialmente, ma spiritualmente, che dobbiamo nutrirci di Gesù Cristo!»

A questo punto, i preti presenti in chiesa gli si slanciano contro; gli turano la bocca, lo trascinano in sacrestia.

Pochi momenti dopo, fra il popolo intontito circolava la voce:

« Poveretto, è impazzato! è impazzato! »

E a dar credito alla voce, ecco i gendarmi, i quali, portato di peso il povero prete in una carrozza, vanno di galoppo al manicomio...

Pazzo! Sta bene: - ma coteste cose non s’in­ventano; non si creano lì per li; le sono massime eretiche belle e buone. Ora, chi può avergliele messe in capo a cotesto disgraziato?

Il fatto che il giovane prete era discepolo del Mapei, non tardò a far cadere su Camillo i sospetti del clero «intransigente»; e il Mapei fu chiamato dalle autorità ecclesiastiche, ed ebbe a provare di non avere insegnate al giovinotto coteste teorie ritenute per eretiche dalla chiesa. Il che non gli era difficile, poiché a cotesta epoca Camillo credeva in buona fede alla « transustanziazione »; e diceva egli pure la sua messa con sincera coscienza. Se non ci avessero cre­duto, avrebbe lasciato immantinente il banco e i bu­rattini. Egli non era uomo da far la commedia, come molti purtroppo la fanno.

Ma non bastò; il dubbio a carico di Camillo re­stò sempre nella mente delle autorità ecclesiastiche; e lo prova il fatto, che fu imposto al Mapei di visi­tare il suo discepolo, e di far dì tutto per ricondurlo sulla buona via.

Camillo andò; con poca speranza, invero, perché credeva non si trattasse che di un povero pazzo. Ma chi può dire quale fosse la sua sorpresa quando udì il suo scolaro ragionare da senno; trattare a fondo il soggetto; provare come quattro e quattro fanno otto, che il dogma della «transustanziazione» era un’as­surdità dal punto di vista biblico e della ragione; quando lo sentì citare con precisione, con chiarezza e con logica stringente de’ passi scritturali irrefuta­bili e schiaccianti?!...

Camillo restò trasecolato, perplesso; e non potendo lì per lì rispondere al discepolo, tornò dal vescovo e gli chiese otto giorni dì tempo per preparare una confutazione in tutte le regole.

E la preparò di fatti; e tornò dopo otto giorni dallo scolaro, ma invano: era lo stesso che predicare al muro.

Il giovinotto fu dichiarato mentecatto, e tenuto rinchiuso nel manicomio, ove, molto probabilmente, finì chi sa come i suoi giorni; e Camillo rimase più che mai oggetto dei sospetti e della sorveglianza del clero e del governo, che, a quei tempi beati, 1’ ho già detto, andavano d’accordo come pane e cacio.

La cosa non finì lì.

La disgraziata faccenda fu l'inizio d’una guerra sorda, accanita, contro il Mapei.

I suoi nemici personali, gl’invidiosi ed i gelosi di lui si ringalluzzirono; e tanto dissero, tanto tra­marono, tanto fecero, che generarono nella mente della polizia la convinzione assoluta, che il Mapei era il padre dell’orrenda eresia, con tanto scandalo espressa in chiesa dal giovane prete.

Ed alla polizia, che già odiava il Mapei liberale e cercava ogni mezzo per metterlo in gattabuia, non sembrò vero d’aver finalmente un pretesto di togliere di mezzo un liberale sotto l'apparenza di difendere la fede.

Una mattina, quando meno se lo aspettava, Ca­millo sente qualcuno picchiare alla porta di casa:

« Chi è? »

«La polizia, con l’ordine d’arrestare e condurre a Napoli il canonico Mapei ».

Camillo non si perde d’animo; e con una presenza di spirito più unica che rara, perché un mandato di arresto di un governo dispotico, per motivi di reli­gione e di liberalismo, non era, a quei lumi dì luna, cosa da prendersi a gabbo:

« Signori, esclama, favoriscano; mi vorranno per­mettere, non è vero, di prepararmi una valigetta con qualcosa da cambiarmi? Intanto, s’accomodino, facciano un po’ di colazione da me, e poi partiremo ».

I gendarmi, confusi, stupiti di tanta gentilezza del canonico, abituati com'erano ad esser trattati da tutti e dovunque come tanta canaglia, deposta ogni burbanza, si mettono a sedere.

Un'occhiata del padrone ha già tutto spiegato al servo, il quale, in un attimo, imbandisce la tavola (di abbondante prosciutto, di uova tentatrici, di frutta profumate e di bottiglie di vini eloquenti nei loro polverosi misteri.

E l’attacco incomincia; attacco degno della gen­darmeria borbonica.

di là, intanto, si sente un attivo aprire e chiudere di cassette ed uno sbatacchiar continuo d’usci d’ar­madio. E il canonico, che vuoi dare ad intendere che fa i suoi preparativi per la partenza. Ma ha ben altro in mente, ed in altro punto ha 1’occhio rivolto.

La finestra, fortunatamente, è aperta ; ella dà sul giardino; e in fondo al giardino è la stalla.

A un tratto, cessa ogni rumore nella casa; e s’ode invece di fuori uno scalpitar furioso di cavallo che fugge. Camillo è saltato dalla finestra; è corso alla stalla; e, così com'è, in maniche di camicia, inforcato il cavallo, a pelo, senza briglie, ha preso il volo.

I gendarmi indovinano ogni cosa e si precipitano alla finestra.

« Ferma !.... ferma !.... gridano: ferma.... o si fa fuoco!

E sparano, e sparano di nuovo....

Ma Camillo era già fuor di tiro, o la mira borbonica non dicesse più il vero per ef­fetto del vino generoso...

Era il 1840 e Camillo non aveva che trentuno anni.

Da Nocciano, comincia il viaggio avventuroso del Mapei che lo vede dapprima a Roma, poi da Civitavecchia a bordo di una nave diretta ad Algeri, che però fa scalo a Malta. Da Malta parte per Algeri e da lì per Marsiglia, dove sfugge ad un tentativo di pugnalazione ed infine giunge a Londra.

Arrivato a Londra, il Mapei si presentò al Wiseman, che non aveva ancora ricevuto il cappello cardinalizio, e che Camillo conosceva benissimo fino da Roma dove avevano studiato assieme nel medesimo Collegio.

Il Wiseman lo ricevette affabilmente; lo presentò a varie famiglie aristocratiche ligie al papismo; e da queste famiglie egli ebbe protezione e buon numero di lezioni di letteratura italiana.

Il Wiseman, com’è facile immaginare, faceva di tutto per ricondurre la pecora smarrita all’ovile; scrisse a Roma per ottenere il perdono papale e per avere i documenti necessari a reintegrare il Mapei nel­l'esercizio delle funzioni sacerdotali; e mentre egli fa­ceva con gran sollecitudine tutte queste pratiche, il Mapei era oltre ogni dire accarezzato dai papisti di Londra e circondato e portato in palma di mano al tempo stesso che guardato a vista dai gesuiti; i quali non lo volevano in alcun modo lasciar venire in con­tatto con gli evangelici inglesi.

Già da alcune settimane durava questo stato di cose, quando un giorno, il Wiseman, fatto chiamare Camillo, gli disse: "Finalmente ho ricevuto da Roma lettere che la riguardano, Eccole qui tutti i certificati. Sua Santità Gregorio XVI è lieta di ridarle la sua benedizione ed ella può riprendere la celebrazione dei divini misteri... a patto che lei ritratti e ripudi le opinioni liberali e gianseniste..."

Il Mapei naturalmente rifiutò, dicendo... : "Non può essere Chiesa di Gesù Cristo una chiesa che non ha sentimenti di moralità e di giustizia; e da questa chiesa, che con la destra maledice l'Italia desiderosa di libertà e con la sinistra benedice l'Irlanda che si dibatte per la stessa santissima causa sotto il giogo d'Inghilterra, io dichiaro, fin da questo momento, di staccarmi per sempre."

Le conseguenze di questa completa rottura col cattolicesimo romano furono disastrose. Sparvero come per incanto le protezioni, i favori dei grandi, le lezioni private. Abbandonato da tutti, Camillo si trovò senza pane, senza tetto e segno della più spietata ed iniqua persecuzione. Due cose però gli rimanevano: l'approvazione di una coscienza irreprensibile, eroicamente onesta ed il conforto dell'amicizia di un altro italiano, povero come lui, ma che lo accolse in casa pewr parecchi mesi, dividendo tutto quello di cui poteva disporre.

Era il 1843 ed ecco il Mapei adesso alla ricerca e in contatto con tutti gli evangelici di Londra... Nella sala del quartiere di Saffron Hill, egli beve, con gli occhi pieni di lacrime, le parole dell'ex frate Giovan Battista Di Menna, che quivi annunzia agl'italiani l'evangelo della Grazia.

La imparò che c'è un commentario della Parola, più eloquente d'ogni commentario cattolico romano; il commentario che lo Spirito Santo scrive sulle tavole della nostra coscienza morale. Là capì che la preghiera è un "grazie" e un desiderio che sulle ali della riconoscenza e della fede vanno fino al trono dell'Eterno nostro Signore Gesù Cristo!

Per la prima volta vide che cosa fosse un culto "in spirito e verità" che Dio gradisce e conferma cambiando i cuori e il canto degl'inni che dai tempi evangelici salivano maestosi a Gesù, suscitarono nel cuore del Mapei il santificato estro del poeta, veramente cristiano.

Camillo aveva trovato la pace.

Oppresso dai sensi di colpa, per il suo passato di servo del potere e della dottrina menzognera e mortifera della Chiesa di Roma, trovò ai piedi della croce il perdono che cercava e che lo faceva rialzare trionfante ed esclamante: "Grazie siano rese a Dio, per i meriti di Gesù Cristo, il mio Signore!

Il canonico era morto, ma lo Spirito della Vita aveva tratto dalle sue ceneri il forte ed eroico apostolo cristiano.

Appena convertito, sentì potente il bisogno di dare un campo d'azione alla sua pietà, che non era di parole soltanto ma "operosa e verace".

Scoprì allora che tantissimi bambini e ragazzi italiani vivevano alla periferia di Londra nella più completa indigenza economica e morale. Aprì un asilo nel gennaio del 1844. Egli voleva che, educati in terra libera secondo le verità dell'Evangelo, di tutto l'Evangelo e non solo dei primi quatto libri chiamati Vangeli, essi tornassero in Italia, banditori della buona novella in Gesù e smascheratori della "falsa e bugiarda" Chiesa di Roma. Egli diceva: Sono io povero? Ebbene, il Signore è ricco. Sono io debole? Il Signore sarà la mia forza. Se l'opera è sua, il trionfo è sicuro!"

In questo trovò aiuto nel Ferretti e in altri italiani, ma anche le insidie dei preti e dei cattolici londinesi che non si lasciavano sfuggir occasione di far danno al Mapei: più volte gli furono tesi degli agguati e la persecuzione si fece così violenta che gli amici dovettero far di tutto per allontanarlo da Londra.

Da Londra si recò a Glasgow, passando per Liverpool dove fu ospitato da un medico che lo aiutò a sistemarsi, e a dare lezioni di italiano e di francese. Il medico aveva anche tre giovanette da marito. Imparò l'inglese più per pratica che per studio. I genitori dopo due anni, consentirono al matrimonio con una di esse e Carolina Borrows divenne Carolina Mapei. Il giorno 23 di settembre 1846 nacque Luigino. Il matrimonio fu contratto a Liverpool il 6 dicembre del 1845, celebrato in Great Homer Street Chapel e Camillo in questi termini ne partecipava ufficialmente la notizia a Nocciano alla sua famiglia: "Ho sposato una distinta signorina protestante ed ho messo così una insormontabile barriera fra me e la religione dell'ostia baccalà!"

Dopo il suo matrimonio, Camillo s'era messo in testa, niente meno, di convertire l'Inghilterra!

Nel frattempo anche Giuseppe Mazzini, insieme a Filippo Pistrucci, si era dato da fare a Londra, aprendo una scuola gratuita italiana, che rimase aperta dal 10 novembre 1841 al 1848, rappresentando l'anello di congiunzione fra il movimento evangelico, che mirava alla redenzione morale e spirituale d'Italia e il movimento politico, che mirava alla redenzione della patria dal giogo dei tirannelli e dalle armi straniere.

Il Mapei, tornato a Londra insieme al Pistrucci fondò la prima Chiesa Evangelica italiana di Londra.

Chi era Filippo Pistrucci? Era un poeta estemporaneo romano convertitosi all'Evangelo, accademico tiberino, dei Rozzi e fra gli Arcadi Tearco Naupatèo, era uomo di alti sentimenti patriottici e cristiani.

Egli, come il Mazzini, aveva capito che il segreto della vera e duratura redenzione dell'Italia stava solo ed unicamente nell'Evangelo.

Nel 1847, la Scuola celebra il suo sesto anniversario.

Sono presenti il fondatore Giuseppe Mazzini, il direttore Filippo Pistrucci, tutti gli alunni, piccoli e grandi, gli invitati fra i quali i poeti predicatori Camillo Mapei e Salvatore Ferretti: in tutto trecento persone Gli alunni più diligenti furono solennemente premiati con la distribuzione di Bibbie, Nuovi Testamenti, altri libri e medaglie.

Sebbene la religione di Giuseppe Mazzini fosse da lui stesso chiamata "non evangelica", ma col nome di "Dio e popolo", si riporta il testamento spirituale che il grande genovese lasciò all'Italia in tale occasione e dopo l'avventura della repubblica romana del 1849: "Lascio una missione: la quale consiste nella purificazione dell'anima dalla menzogna, da ogni egoismo, da ogni tradizione machiavellica, da ogni indegna rassegnazione al male e da ogni oblio del futuro per un breve e spregevole presente". Mazzini era un evangelico non dichiarato... per motivi politici, stando il 99 per cento della popolazione italiana sotto l'ignoranza atavica del potere cattolico clericale.

Nel 1847 fondò il giornale, in lingua italiana, "L'eco di Savonarola". I primi scrittori fondatori furono dodici evangelici, come gli apostoli:

- Camillo Mapei, ex canonico

- Salvatore Ferretti, ex prete

- Gabriele Rossetti, poeta di Vasto (CH)

- Francesco Bruschi, ex cappuccino

- Raffaele Ciocci, ex frate cistercense

- Pietro Baccelli, ex parroco

- Filippo Pistrucci, poeta improvvisatore

- Giacinto Achilli, ex frate domenicano

- Niccolò Corrado, già dell'Oratorio di San Filippo Neri

- G.B. Di Menna, ex teologo della curia romana

- Angiolo Tacchella, ex prete ticinese

- Sperandio Tacchella, ex cattolico

Il Mapei scherzosamente scrisse che tale giornale lo si poteva considerare come l'organo degli ex-preti italiani! A configurare il taglio religioso de "L'eco di Savonarola", il Mapei precisava: "L'Eco di Savonarola aborre dallo spirito di setta e riguarda l'unione dei cristiani, nello spirito di carità essenziale ai discepoli di Gesù: ha in vista d'inculcare l'autorità delle Sacre Scritture dettate dallo Spirito Santo, la divinità di Gesù redentore e la salvazione per i solo meriti di Lui; verità comuni a tutte le denominazioni cristiane."

La regola dell'Eco era quella di Ruperto Meldenio del XVII secolo:

"Nelle cose necessarie, unità; nelle cose non necessarie, libertà; in tutte, carità!"

L'Eco di Savonarola e tutti i suoi autori furono "scomunicati" nel 1847-48; ciò fu visto da loro come un grandissimo onore. Il fatto fu spunto per numerose poesie. Eccone una rima...

"Sia però comunque sia,

la scomunica attuale

non apporta malattia,

e fa bene anzi che male.

Fra Girolamo ti è grato

Perché gli hai molto giovato."

L'Eco di Savonarola ebbe due periodi: il periodo mapeiano e quello ferrettiano, alla morte del primo.

Nel 1847 inoltre il Mapei scrisse il processo verbale, redatto il 25 luglio 1847 dell'Adunanza preparatoria al "Primo concilio della Chiesa Evangelica Italiana", avvenuto nel 1850, a Londra.

Nel 1850 esce la prima raccolta di Inni e salmi con sessanta inni di cui trentatré erano del Mapei.

Nello stesso anno Mapei tornò a Genova per poco tempo e nel 1852 in Scozia e quindi a Dublino, dove, sia pur malato, svolse una instancabile opera di evangelizzazione a tappeto, casa per casa, in occasione della campagna elettorale del partito evangelico.

Lì però a causa di un clima rigidissimo, e di un febbrone mal curato, il Mapei si ammalò gravemente e, nonostante le cure tardive al Richmond Hospital, il 18 aprile 1853, Camillo Mapei chiudeva gli occhi alla luce del sole e li riapriva alla luce della dimora eterna del Suo meraviglioso Redentore Gesù Cristo.

La salma fu trasportata al cimitero di St. Michan's Church.

Il numero di maggio dell'Eco di Savonarola usciva nel 1853 con la sua prima pagina abbrunata e con queste parole in fronte:

Se l'Inghilterra ha perduto in questi ultimi tempi il suo Bichersteith, se la Scozia il suo Chalmers, se la Svizzera il suo Vinet, anche l'Italia, l'Italia evangelica ha perduto il suo Mapei.

Questo diletto fratello si addormentò nel Signore il diciotto dello scorso mese, alle sei antimeridiane nell'ospedale di Dublino. Roma va gridando che quei suoi preti che 1’abbandonano, menano vita beata fra le ric­chezze dei protestanti. Se ciò fosse vero, il Mapei, una delle più dotte menti italiane, non sarebbe morto in un pubblico ospedale. E egli probabile che il cardinale Wiseman, condiscepolo di lui, finisca i suoi giorni in un qualche ospedale di Londra? Nei pros­simi numeri dell’Eco di Savonarola faremo dono ai lettori della biografia di questo defunto fratello. Preghiamo intanto per la vedova desolata e per gli orfani figlioletti.»

In Inghilterra egli fu uomo versatile per ingegno e perizia. Fu dottore e professore, filosofo, storico, matematico, meccanico, cristologo e poeta. Ora è con l'Agnello e con tutti i santi e riscattati da Gesù.